Boudoir FemDom & BDSM

My House – My Rules

Two bowls of ice cream, one vanilla with caramel and wafer sticks, one pistachio with chocolate and pistachios

C’è una parola che tutti, nel kink, danno per scontata: vanilla.

Si usa per indicare chi pratica un sesso convenzionale, senza deviazioni, senza corde, senza protocolli. È diventata così comune che ormai la conoscono anche fuori dall’ambiente. Meno persone sanno che esiste un contrario. Si chiama pistachio.

Da dove viene “vanilla”

L’origine esatta del termine resta contesa. Gli etimologi non sono mai arrivati a un accordo definitivo. Ma la maggior parte degli storici della sessualità concorda su una cosa: è stato il mondo kink degli anni Settanta a consolidarne l’uso, per distinguere il sesso “standard” da tutto il resto. Negli anni Ottanta la parola si è radicata nelle comunità BDSM, che in quel periodo crescevano rapidamente. Da lì è diventata di uso comune.

Le prime comunità

Per capire da dove nasce quella metafora, bisogna tornare all’inverno del 1971. A New York, un’insegnante di musica di nome Pat Bond pubblica un annuncio sulla rivista Screw. Poche righe, dirette: chiede se essere masochisti si possa considerare compatibile con una vita felice, se esista una cura, se la psichiatria serva a qualcosa. Da quell’annuncio nasce la Eulenspiegel Society, la TES, la prima organizzazione BDSM strutturata degli Stati Uniti.

All’inizio è un gruppo di sostegno per soli masochisti. I sadisti vengono ammessi solo pochi mesi dopo, nell’agosto dello stesso anno. Il nome arriva da Till Eulenspiegel, un furfante della tradizione popolare tedesca che, secondo la lettura che i fondatori danno di uno scritto dello psicoanalista Theodor Reik, trova piacere proprio dove gli altri troverebbero fatica: cammina in salita con gioia, e si rattrista quando la strada scende. Un paradosso scelto apposta per raccontare una sensibilità che ribalta la logica comune.

Le prime riunioni si tengono nelle case dei soci. Poi, con la crescita del gruppo, negli spazi affittati di teatri e chiese. È in questo tipo di incontri, informali e volutamente non giudicanti, che nasce l’esigenza pedagogica di spiegare il kink a chi non lo conosce, e di farlo senza tecnicismi.

Negli anni successivi la TES non resta un caso isolato. Nel 1974 nasce a San Francisco la Society of Janus. Nel 1978 arriva Samois, la prima organizzazione lesbica dedicata alla pratica SM, sempre in California. Nel 1980, a New York, si forma il GMSMA, rivolto agli uomini gay. Ognuno di questi gruppi eredita dalla TES la stessa struttura a tre gambe: sociale, educativa, politica. È da questo tessuto di community, cresciute nell’arco di un decennio, che uscirà anche lo slogan destinato a diventare un manifesto, “safe, sane, consensual”, portato in corteo ai Pride di New York a partire dai primi anni Settanta.

La metafora del gelato

È dentro questo mondo, fatto di riunioni in salotto e volantini fotocopiati, che nasce la metafora del gelato. Sotto la guida di Pat Bond, la TES si occupava di accogliere chi si affacciava per la prima volta a queste pratiche, spiegando un concetto semplice: le variazioni sessuali non sono strane né sbagliate. Sono solo gusti diversi, come tutti i gusti.

Per farlo capire, si aggrapparono a un’immagine facile: alcuni amano il gelato alla vaniglia, altri il cioccolato con granella, altri ancora il pistacchio. Una metafora alimentare, immediata, che permetteva di leggere la diversità sessuale come un’estensione naturale della diversità umana, senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

Con l’arrivo di internet, questo tipo di educazione di base si è diffuso ben oltre i confini della comunità kink. Prima ha raggiunto milioni di persone kinky, poi altre comunità di sesso alternativo, infine il grande pubblico.

Il rovescio della medaglia

“Vanilla” nasce come termine tecnico, utile a chi è kinky per marcare una differenza. Ma la sua diffusione nel linguaggio comune ha portato con sé un effetto collaterale. Fuori da quel contesto originario, la parola rischia di suonare come un giudizio: chi la vaniglia la vive per davvero potrebbe sentirsi definito come noioso, o privo di immaginazione sessuale. Un’etichetta che nasceva per includere finisce per escludere, se usata nel modo sbagliato.

Vale la pena tornare al senso originario. Vanilla non è una mancanza. È solo un gusto, uno tra i tanti possibili sotto lo stesso ombrello. Pistacchio compreso.

Ispirato all’articolo di Gloria Brame, “Pistachio”, pubblicato su SMcafe.

 

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